Se non ci fossero i morti veri che danno al naufragio del Giglio il sapore di una tragedia immane, le scene di questi giorni potrebbero assomigliare alla galleria dei caratteri della commedia all’italiana: il comandante vile e fellone che abbandona la nave, l’ufficiale che con voce severa e perentoria lo richiama al dovere. E poi l’eroe per caso che sfida la morte per un atto di sovrumana e silenziosa generosità d’animo, il membro dell’equipaggio che riscatta l’onore perduto salvando le vite dei passeggeri in balia delle onde. Gli eroi, soprattutto: la fame di eroismo che ossessiona un’Italia a caccia di modelli esemplari, di bei gesti, di un antidoto alla nomea del «mascalzone italiano».
Ecco dunque la tentazione del linciaggio allo «Schettino che è in noi», come si legge su Twitter, e che prende anche la forma atroce della voglia di giustizia sommaria, del «datecelo a noi», come per soffocare l’onta di una somiglianza caratteriale, di una tara antropologica che gli italiani vivono talvolta con autocompiacimento, talvolta come una maledizione. L’archetipo del vigliacco che scopre una imprevedibile e ammirevole vena eroica ha del resto nella nostra letteratura, nel nostro cinema, nel nostro teatro una rappresentazione rigogliosa. Dal generale Della Rovere, che risarcisce una vita costellata di piccole abiezioni miserabili con un gesto autosacrificale di nobile coraggio alla coppia impersonata da Alberto Sordi e Vittorio Gassman che nella «Grande guerra» Mario Monicelli volle raffigurare come due tipi italiani cialtroni e meschini che affrontano il plotone d’esecuzione per onorare di fronte al nemico arrogante e protervo il nome dell’Italia. Fino a Fabrizio Quattrocchi che, affrontando i suoi carnefici in Iraq, li schiaffeggiò con orgoglio declamando fieramente le ultime parole: «Vi faccio vedere come muore un italiano».
L’Italia democratica e repubblicana ha bisogno di eroi, dopo essere stata umiliata nel mondo come l’Italia dell’8 settembre, della fuga dei reali a Brindisi (un classico abbandono della nave che affonda), dei giri di valzer, delle furbizie punite nel modo più crudele con la sconfitta nella Seconda guerra mondiale solo in minima parte riscattata dall’epopea resistenziale. Qualche volta ne ha tanto bisogno da cercarli dove l’eroismo diventa un concetto troppo vago e onnicomprensivo per designare qualcosa di vero. Il capitano De Falco lo dice di se stesso: non consideratemi un eroe. È un eroe del senso del dovere, un eroe della fermezza con cui ha (invano) richiamato al senso di responsabilità un uomo attanagliato dalla paura e schiacciato dal peso delle sue inqualificabili e stolte balordaggini. Ma un eroe in senso proprio è chi mette in gioco la sua stessa vita, chi sacrifica tutto se stesso per un bene che lo trascende o per la salvezza di un innocente. Eroe è il batterista che cede il posto sulla scialuppa a un bambino per poi sparire negli abissi del mare, non un grande capitano, che va giustamente encomiato, come ha scelto con saggia e tempestiva decisione il governo, ma che non va confuso con un eroe. A meno che non si voglia dire, e se ne comprendono le ragioni, che in Italia fare semplicemente il proprio dovere equivale di già a un gesto eroico.
Il manicheismo italiano ha trovato in questa triste vicenda un modo per esprimersi al meglio: l’eroe e l’antieroe, il coraggio e la viltà, il tono ardimentoso di chi ordina di restare con la schiena diritta e quello querulo e piagnucoloso di chi scappa. Quei morti veri, però, impediscono di fare troppo teatro. Di non abbandonarsi a esaltazioni collettive per ciò che dovrebbe essere semplicemente normale e di non lasciarsi tentare dalla tentazione di mandare alla forca mediatica chi ha sbagliato, umanamente indifendibile. Da trattare con intransigente severità, ma senza esporlo al linciaggio. Perché è troppo facile avere coraggio con le navi degli altri.
Pierluigi Battista
Filed under:
Uncategorized
Trackback:
Uri






Sono un cane all’antica, certamente.
Ma anche un cane anfibio che ha vissuto in mezzo a incursori, assaltatori, fucilieri di marina, subacquei, palombari.
Eravamo tanto diversi l’uno dall’altro. Alcuni erano bravi Cani, altri un po’ meno bravi.
Ma prima di ogni esercitazione in acqua e prima di ogni intervento civile era chiaro chi comandava, chi era responsabile.
Ed in assenza o mancanza del responsabile-comandante c’era sempre un secondo che prendeva immediatamente la responsabilità del comando.
Non sono per ritornare alla leva obbbligatoria, lungi dalle mie idee, pero’ per certe professioni, come quella di ufficiale e sottufficiale di coperta ,e comunque di membro di equipaggio propriamente detto ,un po’ di imbarco su nave militare farebbe bene, anzi, molto bene.
TREVISO – Martino Pellegrini, 35 anni, ufficiale di coperta della Costa Concordia, è diventato probabilmente l’uomo chiave per capire cosa sia successo all’interno della Costa Concordia. Secondo quanto è trapelato dalla Procura di Grosseto sarebbe stato proprio lui a guidare l’ammutinamento nei confronti del comandante Schettino. Una risoluzione presa dai secondi che avrebbero deciso autonomamente di dare il via all’evacuazione senza attendere l’ordine del loro comandante. In attesa degli sviluppi dell’inchiesta, l’ufficiale trevigiano è già diventato un uomo simbolo. Ha fatto fino in fondo, con mente e cuore, il proprio dovere: è lui infatti che, dopo avviato le operazioni e dopo aver salvato migliaia di vite, alle 4 del mattino è tornato nel ventre del gigante ormai evacuato per indicare possibili vie o passaggi ai soccorritori.
A pochi giorni dalla tragedia, l’ufficiale Pellegrini, originario di Nervesa del Montello e residente ad Arcade, è tornato a casa. Ha riabbracciato i familiari e ha stretto a sè la compagna e il frugoletto di neppure sei mesi che aveva lasciato quando ne aveva due.
Aveva mai viaggiato con Schettino? Che impressione ne ha ricavato?
«Ho avuto a che fare con lui solo in occasione di quest’ultimo contratto, partito un paio di mesi fa e che sarebbe terminato fra poche settimane. Prima non lo conoscevo e non ci avevo mai lavorato assieme. Per quanto riguarda gli aspetti secretati non posso dir nulla: è tutto nella deposizione che ho rilasciato alla Procura».
Che ruolo ha avuto nelle operazioni?
«Sul lato più alto della nave, dove la gente si è istintivamente radunata pur essendo il fianco più pericoloso, dato che da lì è più difficile buttarsi in acqua, sono riuscito a mettere in mare sei lance. La settima si è incastrata ed è stato tremendo vedere tanti passeggeri che non erano riusciti a salire. Poi mi sono spostato sull’altro lato, il più basso: ho gonfiato quattro zatterini, in ognuno dei quali in teoria potevano stare 35 persone, mentre in realtà ne sono salite molte di più. Alla quinta sono stato slacciato dalla nave».
Ha messo in sicurezza un migliaio di persone. Si sente soddisfatto?
«Proprio no. In questi casi uno vorrebbe che il bilancio fosse completamente positivo. I fatti dimostrano che non è stato così».
Come si è sentito, poi, quando, fra le 4 e le 5 del mattino, le hanno chiesto di tornare a bordo?
«Ho fatto una telefonata alla mia compagna: ho un bimbo piccolo e quindi delle responsabilità. Lei, comprensibilmente, non era molto d’accordo sul fatto che accettassi, ma mi ha detto che sapeva che, comunque, avrei fatto di testa mia. Io però avevo bisogno di sentirla».
È tornato nel gigante distrutto, nel silenzio di morte, nell’oscurità.
«Quel silenzio è stato incredibile. Come stare dentro o vicino a un pesce morto. Quelle navi sono un festival di rumori, non riposano mai: vederla immobile, sentire che non “respirava” più, è stato un momento irreale».
Sabato 21 Gennaio 2012 – 14:40 Ultimo aggiornamento